L’intervento di Gianni Bessi (Pd), consigliere regionale in Emilia Romagna

L’attesa per sapere quale sarà il futuro di Saipem è finita: la decisione del governo di intervenire con la Cassa depositi e prestiti,entrata nel capitale sociale utilizzando le risorse del Fondo strategico italiano, come mi ero augurato che succedesse (grazie a Saipem, futuro con o senza Eni) è una buona notizia, anche se – e non poteva che essere così – lascia la porta aperta come a una grande sfida.

L’ingresso del Fondo a fianco di Eni, che mantiene una quota importante, è il presupposto essenziale perché questa operazione finanziariamente impegnativa possa garantire a Saipem un necessario ‘fresh start’. Permettere cioè alla società di essere indipendente finanziariamente e, quindi, creare una flessibilità operativa che le permetta di restare competitiva.

È una sfida delicata, ma fa ben sperare il fatto che Eni non abbia avuto intenzione di disimpegnarsi dal suo “gioiello di famiglia”, ma voglia continuare a decidere la strategia di Saipem insieme alla Cdp. Si tratta innanzitutto di rafforzare la collaborazione operativa, perché Saipem potrà rilanciarsi e consolidarsi soprattutto se sarà coinvolta nelle grandi commesse che Eni riesce a mettere in portafoglio. A partire da quella che impegnerà il cane a sei zampe nella gestione del grande giacimento di gas scoperto poco tempo fa in Egitto.

Saipem resta un asset del Paese, non solo di Eni, cioè un valore aggiunto per il ‘Progetto Italia’ e per il settore della meccanica impiantistica. Ora il management della società è chiamato a renderla ancora di più una delle realtà che contribuiscono a modernizzare e portare nel mondo il sistema industriale italiano e a difenderla come patrimonio di tutti con un’alta qualità di competenze e di esperienza. I vertici di Saipem, Eni, Cassa Depositi e Prestiti e chi ha responsabilità di Governo, hanno ora l’occasione di impegnarsi su un partita essenziale: un nuovo ‘Progetto Italia’, basato sulle competenze italiane delle aziende come appunto Saipem.

Del resto, tutti gli attori di questa vicenda sono “pubblici”: il 30 per cento delle azioni di Eni sono controllate dallo Stato, con il 25,76 per cento detenuto Cdp e il 4,34 in carico al ministero dell’Economia e delle finanze. I piani industriali di Eni e di Saipem, a mio parere, dovrebbero quindi puntare non solo a soddisfare esigenze finanziarie – fondamentali, nessuno lo mette in dubbio – ma avere obiettivi di lungo respiro per il “bene comune del Paese”.

Una strategia, per capirci, che punti anche a consolidare un sistema industriale italiano che cresca tutto assieme, le multinazionali nostrane a fianco delle aziende dell’indotto. E che continui a essere un patrimonio del Paese, una fucina di manager e di maestranze di livello mondiale, per offrire speranze e opportunità a migliaia di giovani italiani. Centreremo questo risultato se le ragioni della finanza e l’interesse particolare non prevarranno sul buon senso e l’interesse di molti.

Anche per questo motivo, è bene evidenziare subito un elemento di contraddizione su cui è importante confrontarsi, illustrato in un passaggio del comunicato stampa con cui Saipem ha annunciato l’ingresso di Cdp nel capitale: la decisione di cedere alcuni asset non ritenuti strategici come le ‘infrastructure business segment’ italiane.

Infine, mi piacerebbe che il modo in cui è stata gestita la vicenda Saipem la difesa dell’italianità, diventasse un concetto condiviso: non è un affronto al mercato, come non lo è sostenere le aziende dell’indotto, quali quelle dell’impiantistica meccanica industriale, a supporto delle aziende pubbliche. Gli altri Paesi lo fanno con le opportunità in sede di gare di fornitura utilizzando lo strumento del “last call”. È venuto il tempo di competere ad armi pari.