Pubblicato su Startmagazine.it il 14 febbraio 2022

di Michelangelo Colombo

Non solo Ucraina: tutti gli intrecci geopolitici ed energetici per l’Italia sul gas. Conversazione di Start Magazine con Gianni Bessi, consigliere Pd in Emilia-Romagna e autore di Post-Merkel e House of Zar

Gli scenari politici e geopolitici che sono stati aperti dalla transizione verso un economia green sono stati i temi al centro di un evento organizzato dal PD di Londra con protagonista il saggista e consigliere Pd alla Regione Emilia-Romagna Gianni Bessi. All’evento La geopolitica ai tempi della transizione energetica, questo il titolo dell’evento condotto da Lorenzo Ammirati e Luca Montalti, ha approfondito diversi aspetti legati all’attualità, dalla tensione politica e militare tra Russia e Ucraina alla crisi energetica e al prezzo del gas.

Startmag ha chiesto a Bessi di approfondire i passaggi centrali del suo intervento per il Pd di Londra nel quale, partendo da alcuni elementi chiave dei suoi libri Post-Merkel. Un vuoto che solo l’Europa può riempire e House of zar. Geopolitica dell’energia ai tempi di Putin Erdogan e Trump, ha analizzato le principali questioni geopolitiche attuali, con un’ottica particolare verso le cause della crisi energetica.

L’ipotesi di una guerra fra Russia e Ucraina sta mettendo in seria difficoltà anche tutto l’Occidente.

«Sì, ma non tutto nello stesso modo. I paesi europei sono più in difficoltà al punto che Josep Borrell, l’alto rappresentante dell’Ue per gli affari esteri, è andato a incontrare sia l’amministrazione americana sia alcuni produttori di GNL per capire se si può sostituire il gas russo. Il Giappone ha dichiarato che è pronto a ‘condividere’ parte dei suoi approvvigionamenti di GNL per dar man forte all’Europa. Non so se sono solo io preoccupato… ma ogni giorno diventa sempre più pesante l’atmosfera da ‘stato di guerra’ ed anche il linguaggio che l’accompagna».

Intanto con l’impennata dei prezzi dell’energia rischiamo di perdere competitività.

«Certo, si è creato un vantaggio competitivo per il sistema industriale degli Stati Uniti, perché la loro energia elettrica costa molto meno. La competizione si gioca tra macro aree, tra sistemi complessi e il ‘sistema Usa’, come ho raccontato in House of zar, è diventato energeticamente indipendente. Per non parlare della Cina. In alcuni settori le imprese tedesche e anche italiane, del resto continuiamo a essere la seconda manifattura d’Europa, si troveranno in svantaggio verso i concorrenti americani e cinesi».

Quella che ipotizza è una sfida globale.

«Esatto, che si gioca tra potenze di terra, Cina-Russia, e quelle marittime dell’anglosfera, con l’Europa che si viene a trovare in mezzo. Se dovessi sintetizzare la situazione in una parola userei ‘complessità’. In questo momento è bene diffidare di chi presenta soluzioni semplici per risolvere dinamiche complesse come quelle della produzione elettrica o del fabbisogno energetico di un paese o di un continente».

Lo svantaggio competitivo a cui accennava non si limita all’industria però.

«Affatto. Il fabbisogno energetico non è solo quello elettrico perché per esempio in agricoltura si fa un ampio uso di idrocarburi che non vengono utilizzati solo per fare funzionare trattori o trebbiatrici, ma per esempio per produrre fitofarmaci e fertilizzanti».

E la domanda di energia continua ad aumentare.

«Il record nel consumo di gas dell’ultimo anno è destinato a essere battuto: ricordiamoci che la popolazione del mondo cresce inesorabilmente e in molte aree cresce il reddito procapite: questo fa crescere la domanda di consumi e di servizi, sia sociali sia sanitari. E così sale la richiesta di energia: non è una cosa banale perché significa che aumenta la complessità».

Cosa ha determinato l’aumento del prezzo del gas?

«Diversi fattori. Sicuramente la complessità di cui parlavo, sia geopolitica sia produttiva, specialmente del Far East, ma non è la sola causa, ce ne sono tante. Certo quella che oggi cattura l’attenzione è la tensione fra Russia e Ucraina, ma anche un incidente tecnico nella penisola di Yamal a nord della Siberia, dove ci sono i più grandi giacimenti della Russia, che ha ritardato e diminuito la produzione e problemi climatici che hanno rallentato la fornitura da fonti rinnovabili, aumentando l’utilizzo del gas che, come ricordo sempre, è lo stabilizzatore del sistema. Questo incremento ne ha provocato un altro, quello della produzione di CO2 e quindi del prezzo dei certificati che vengono acquistati per le emissioni in atmosfera: sono costi che, ovviamente, sono stati pagati dall’utente finale, nella bolletta. Senza contare il taglio drastico di investimenti nelle prospezioni, nella ricerca e nella sua estrazione a livello mondiale».

Cosa si intende per stabilizzatore del sistema?

«Le rinnovabili sono instabili, nel senso che non sono in grado di produrre energia 24 ore su 24: nei periodi di stallo quindi serve un’altra fonte energetica che garantisca la fornitura di energia. Questa fonte in Europa è il, gas, che fornisce circa il 20 per cento dell’energia richiesta nell’Ue. E visto che si vuole abbandonare giustamente il carbone il suo ruolo diventa ancor più cruciale».

Poi c’è il fattore mercati.

«I grandi portafogli internazionali quando si è passati dalla contrattazione a prezzo stabile a quella a prezzo negoziato tutto il sistema ha avuto l’interesse a trasformare i propri contratti indicizzati al mercato spot dell’Olanda TTF rispetto ad altri tipi di contratti di medio lungo periodo. Tanti pensavano di guadagnarci: è vero il contrario».

Guardando alla situazione internazionale e alle prospettive che potremmo dovere affrontare di scarsità di fonti energetiche, viene in mente il periodo dell’austerity dell’inizio degli anni Settanta.

«Con i venti di guerra che ogni giorno ci vengono raccontati dai media… con il gas al posto del petrolio… sì, il paragone non è peregrino. Del resto il gas naturale è diventato una commodity che si comporta con le stesse dinamiche del petrolio ovvero ha aumentato la sua capacità di portabilità: questo perché a fianco ai cosiddetti gasdotti si è affiancato un mercato competitivo del gas naturale liquefatto. Inoltre il gas, come il petrolio, è diventato soggetto anche alla variabile del prezzo, mentre per molti anni ci aveva abituato a una sua stabilità».

Tra le soluzioni prospettate per ammortizzare l’aumento del prezzo c’è anche la fine della moratoria sulle estrazioni di gas italiano.

«E questa è una buona notizia, dopo che il governo Conte ha deciso una moratoria sulle estrazioni che dura da tre anni e mezzo. Raddoppiare la produzione italiana sarebbe solo il primo passo, perché adesso ne estraiamo solo 4 miliardi di metri cubi all’anno miliardi metri cubi su un totale di oltre 76 miliardi di fabbisogno».

Il governo Draghi pare che su questa partita abbia già deciso.

«L’idea è di attivare a 7 o 8 miliardi di metri cubi anno la produzione nazionale. Non posso che esserne contento visto che una del le soluzioni che è al centro del mio libro ‘Gas naturale. L’energia di domani’. Intanto va bene che vengano sbloccate le estrazioni poi sarebbe bene cercare di incrementare progressivamente la produzione fino a coprire il 10 per cento del gas che ci serve. A questo affiancare un maggiore approvvigionamento garantito dal Tap e aumentare la capacità del nostro sistema di stoccaggio del Gnl. Potremmo arrivare in questo modo oltre al 30 per cento del fabbisogno».

È tutto?

«No. Sul fronte interno occorre investire nell’efficienza del sistema economico e produttivo, puntando per esempio sull’industria 4.0 e sull’economia circolare, ma anche modificando nostri comportamenti. La tecnologia da sola non è risolutiva senza nuovi approcci culturali ed educativi. Sul fronte diplomatico dobbiamo incrementare gli sforzi per raggiungere la pacificazione della Libia e instaurare nuovi rapporti con Egitto, Algeria, Cipro e Libano, che sono nazioni intenzionate a puntare sull’aumento della produzione di gas. E si potrebbe anche pensare di realizzare un nuovo rigassificatore al sud. Ma serve una visione strategica, non una lista di interventi spot: l’obiettivo è garantirci un approvvigionamento sufficiente di gas a prezzi stabili. O comunque costruire una capacità strategica che regga quando ci sono queste oscillazioni di prezzo. Di cui dovremmo tenere conto anche in futuro».

E le rinnovabili?

«Un sistema che utilizzi in futuro solo energia elettrica da rinnovabili resta ovviamente il punto di arrivo. Ma non è uno scenario che si concretizzerà a breve. Quanti anni ci vorranno? Ancora molti. Inoltre gli obiettivi dell’Europa sono di allargare l’uso dell’elettricità a campi come trasporti e riscaldamento, che sono la parte più consistente del fabbisogno energetico di un sistema paese. La torta quindi si allarga e bisogna investire molto in ricerca e sviluppo tecnologico per arrivare a soluzioni affidabili. Va bene porsi target anche temporali ma va innanzitutto garantita l’efficienza e l’affidabilità del sistema. Nel frattempo il mondo deve andare avanti e pensare di non aver bisogno del gas significa offrirsi mani e piedi alla speculazione e a tutto quello che stiamo vivendo oggi.

Il gas è al centro di manovre geopolitiche che coinvolgono le potenze mondiali e i grandi player del settore. Come lei ha spesso ripetuto nei suoi interventi su Startmag, se il futuro è delle rinnovabili nel frattempo il sistema energetico italiano deve essere stabilizzato grazie al gas. Oggi molti hanno cambiato posizione. Dirlo oggi, con quello che sta succedendo, è più facile?

«Non so se posso rivendicare tale primato. Comunque vale sempre l’adagio. Meglio tardi che mai».